Salve, o Popolo d’Eroi

Mensa Italia
6 min readAug 29, 2022

L’Esercito Italiano nelle due guerre mondiali

«Vile, tu uccidi un uomo morto!». Secondo la tradizione furono queste le ultime parole di Francesco Ferrucci, un condottiero al servizio di Firenze che, sconfitto dai mercenari di Carlo V, fu portato moribondo al cospetto del loro capo, tale Maramaldo. A dispetto delle regole della cavalleria o della semplice pietà, Maramaldo trafisse Ferrucci che morendo pronunciò la famosa frase.

L’infamia dell’azione fu tale che il nome dell’uccisore venne a indicare per antonomasia una persona che infierisce sui deboli e sugli indifesi”, concetto che i sinonimi “furfante, mascalzone, scellerato” non esprimono pienamente. Esistono simpatici mascalzoni, ma un maramaldo è solo spregevole, un “vile”, come lapidariamente espresso da Ferrucci.

“Vile” implica abiezione e pavidità, ma non è un sinonimo esatto di “codardo”, termine più ristretto a definire chi si sottrae al dovere, in genere sul campo di battaglia, reagendo all’istinto primordiale del fight or flight, combattere o scappare — e non è detto che combattere sia sempre la scelta migliore. Un codardo in battaglia non è un vile che infierisce sugli inermi, ma colui che cerca di salvare la pelle perché ritiene, spesso correttamente, che scappare sia la scelta più ragionevole. Tuttavia, le scelte individuali ragionevoli non sono contemplate nel regolamento militare.

Nella Prima Guerra mondiale il numero di fucilazioni per codardia e diserzione nell’Esercito Italiano fu superiore a quello di alleati e avversari. Si calcolano circa 750 fucilazioni a seguito di processo e 300 esecuzioni sommarie, contro 650 francesi, 306 inglesi e 18 nell’esercito del Kaiser. Tuttavia, nell’Esercito Italiano si era formata la forza speciale degli Arditi, un’unità di assalto specializzata in imprese rischiose: l’Esercito Italiano, in questo conflitto, non acquisì quella reputazione negativa che doveva perseguitarlo nel successivo.

La dichiarazione di guerra dell’Italia il 10 giugno 1940 fu subito tacciata come atto di viltà dagli alleati. Mussolini temeva di “perdere il treno della vittoria” visto che i francesi erano in rotta, i Paesi confinanti erano occupati dalle truppe tedesche e i britannici avevano da poco terminato la ritirata a Dunkerque. Nessuno riusciva a fermare Hitler e la fine della guerra, che sembrava imminente, avrebbe fatto perdere la faccia ai fascisti, quindi Mussolini fece salire gli italiani su un treno che non solo non si sarebbe fermato alla stazione Vittoria, ma avrebbe deragliato paurosamente lungo il tragitto.

La breve campagna di Francia, considerata come “una pugnalata alla schiena” dai francesi, non fece che peggiorare l’italica reputazione poiché caratterizzata dal più totale disordine delle truppe, i cui ranghi mancavano di equipaggiamento, di obiettivi strategici, di ufficiali competenti e soprattutto di motivazione. Solo il frettoloso armistizio firmato il 22 giugno 1940 evitò che l’Italia in dodici giorni di guerra perdesse contro un nemico già sconfitto dai tedeschi.

Le successive azioni belliche non fecero che rafforzare la pessima fama degli italiani: la disastrosa invasione della Grecia, decisa da Mussolini per affermare la capacità dell’Italia di condurre una guerra parallela, fu macchiata da crimini contro i civili e da una sequela di insuccessi che finì per trascinare l’alleato tedesco nella campagna dei Balcani. L’ultimo fallimento dell’esercito italiano fu in nord Africa, dove le truppe italiane vennero definitivamente subordinate alla Wehrmacht.

Le disfatte degli italiani, unite all’ingloriosa tempistica dell’entrata in guerra, convinsero gli inglesi di avere a che fare con un esercito di vigliacchi e Mussolini, con le sue ridicole pose militaresche, venne ritratto come un pavido sbruffone. Nel Regno Unito si rideva a spese degli italiani, considerati un branco di incompetenti lavativi, e circolavano battute del genere: “Qual è il libro più corto del mondo? L’elenco degli eroi di guerra italiani”.

Altro segno di palese disprezzo si palesò nel 1943, quando quello che in Italia venne annunciato a caratteri cubitali dal Corriere della Sera come ARMISTIZIO, veniva dai britannici definito come “ITALY: UNCONDITIONAL SURRENDER”.

Tra un blando Armistizio e una Resa incondizionata c’è una certa differenza e non si tratta solo di diversi punti di vista o della storia scritta dai vincitori. Se è vero che le nazioni hanno i leader che si meritano, eletti liberamente o subiti passivamente, le differenze tra Mussolini e Churchill erano notevoli: “Their finest hour”, il sobrio discorso di Churchill del 18 giugno 1940, mobilitò l’intero Regno Unito in soli 36 minuti, mentre l’entusiastica reazione di Piazza Venezia era già evaporata al momento della dichiarazione di guerra.

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale si è indagato sui motivi del fallimento, ascritto a molteplici ragioni: dalla totale incompetenza dei vertici militari alla mancanza di reali obiettivi, ma anche più concretamente all’inefficienza dell’industria bellica e alla carenza di equipaggiamento e preparazione. Gli elenchi di atti di eroismo personale e le celebrazioni dei Giusti tra le Nazioni, tentativi di provare come gli italiani non furono solo “maramaldi” in Grecia e “codardi” in battaglia, hanno prodotto un dibattito che però è rimasto interno, mentre si è fatto poco per salvare all’estero la reputazione dei combattenti italiani. Il cinema, mezzo di comunicazione popolare e internazionale per eccellenza, ha continuato a promuovere l’immagine di innocui bamboccioni imbelli, costretti ad arruolarsi, ma amici dei civili e impegnati in conquiste solamente femminili, come nel film I due colonnelli o nel più recente Mediterraneo.

I francesi si sono dimostrati migliori comunicatori, promuovendo all’estero un’immagine di resistenza strenua e dignitosa, anche se il loro esercito fu sconfitto dalla Wehrmacht in sole sei settimane e metà del Paese fu occupato dai tedeschi, mentre la parte meridionale finì sotto il governo fantoccio di Vichy.

Nel cinema come nella letteratura italiana si è pensato soltanto a glorificare la figura del partigiano, ma la storia della resistenza italiana all’estero è praticamente sconosciuta, a differenza di quella della resistenza francese che è riuscita a oscurare il collaborazionismo di Vichy.

Non si possono criticare i Paesi europei perché ignorano la storia dei loro vicini quando l’Italia ha lo stesso problema: è l’unico Stato che commemora la fine della Prima Guerra mondiale il 4 novembre, mentre l’armistizio del 1918 entrò in vigore nell’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese, ovvero alle 11:00 dell’11 novembre, giornata festiva nel Commonwealth, in Francia e in Belgio. Ugualmente, la conclusione della Seconda Guerra mondiale in Italia si celebra il 25 aprile, mentre la guerra in Europa finì ufficialmente l’8 maggio 1945, ricordato come Victory Day.

Qualche storico considera la Prima Guerra mondiale come l’ultima Guerra d’Indipendenza italiana e l’impressione è che, dopo aver riunificato la Nazione con considerevole spargimento di sangue, gli italiani abbiano perso la loro bellicosità.

Forse però non si tratta di un problema solo del nostro Paese: gli ultimi decenni sembrano indicare che anche altre Nazioni europee abbiano perso ferocia e combattività. L’inerzia collettiva potrebbe indicare che siamo effettivamente giunti al “tramonto dell’Occidente”, come filosofeggiava Spengler nel suo libro del 1922, in cui la civilizzazione occidentale è descritta come impegnata solamente a mantenere in vita modelli culturali già morti.

Quest’idea di tragica decadenza, rafforzata dal secondo conflitto mondiale ed esplorata da numerosi intellettuali europei, è atrofica in Italia, dove la visione è ristretta e limitata alla descrizione quasi compiaciuta di un popolo congenitamente afflitto da ignavia, codardia, cinismo, ignoranza e ipocrisia.

Se Stefan Zweig si suicidò nel 1942, il giorno dopo aver consegnato all’editore il suo libro Il mondo di ieri, non sopportando il suo “mondo di oggi”, l’Italia forse è maggiormente rappresentata da Curzio Malaparte che racconta con distacco il degrado dell’Italia meridionale, liberata e occupata dagli alleati tra il 1943 e il 1945, e descrive l’Europa come “un cadavere, una mamma marcia che genera figli”. Definito l’Arcitaliano, forse Malaparte è la figura chiave di una Nazione che incarna slealtà, vigliaccheria e cinismo, ma anche inquietudine e disperazione. Tutti sentimenti che non si sono certo esauriti nel secolo scorso.

Di Daniela R. Giusti

Traduttrice poliglotta, marchande de prose, fotografa commerciale, webmaster di terza classe ma pet sitter di prima. Socia Mensa.

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