Production 9401

Mensa Italia
6 min readAug 29, 2022

La paura in dettaglio

La luce rossa della sveglia si riflette sul soffitto della camera da letto. Manuel non riesce a dormire, una strana sensazione d’inquietudine lo attanaglia da ore. Dà un’occhiata all’ora, le 3:33. Inquietante — pensa, poi chiude gli occhi e si sforza di contare le pecore. Un rumore secco, come di una mannaia che si abbatte su un pezzo di carne sanguinolenta, si fa strada nel silenzio della casa. Manuel apre gli occhi mentre lo stesso rumore si ripete a distanza di qualche attimo, solo un po’ più vicino, più definito, riesce quasi a percepire le fibre muscolari che si lacerano nettamente sotto la violenza della lama. L’istinto è quello di rintanarsi sotto le coperte, poi però si alza nervosamente dal letto per controllare, confortandosi con le spiegazioni più logiche e realistiche che riesce a immaginare. Sarà il televisore, pensa, forse la radio. Cammina scalzo verso il soggiorno, nella casa immersa in un silenzio surreale. D’un tratto sente qualcosa di viscido sotto un piede. Manuel lo ritrae disgustato, poi si accovaccia per guardare meglio. Allunga la mano lentamente per toccare quello che sembra un liquido denso e scuro, ma un altro rumore lo sorprende, così vicino da fargli raggelare il sangue. La luce di un led lampeggia lentamente. Manuel si drizza in piedi, più tranquillo. «Alexa, basta!»

Ne aveva sentito parlare, aveva letto sul web di altri casi di rumori inquietanti emessi dall’assistente personale. Un sospiro di sollievo, poi un bagliore argenteo, riflesso nello specchio nero del televisore, cattura la sua attenzione. Manuel si gira di scatto, ma è troppo tardi. Con la coda dell’occhio ha solo il tempo di intravedere una lama nel buio.

È passato poco più di un secolo da quando i fratelli Lumière accolsero al Salon Indien du Grand Café, storico locale parigino di Boulevard des Capucines, un gruppo di spettatori desiderosi di assistere al prodigio della cinematografia. Le proiezioni, cortometraggi di meno di un minuto, avevano come protagonisti operai della fabbrica di famiglia, un maniscalco o altre innocue figure della vita urbana e rurale. Ma fu solo quando sullo schermo si stagliò l’immagine di un treno in avvicinamento verso il pubblico, che la paura pervase la platea. Su questo episodio leggende e citazioni si sprecano, ma non è rilevante che gli spettatori siano o meno corsi via dal teatro in preda al panico. La cosa più importante è, invece, l’uso della cinepresa: con questo corto di cinquanta secondi Auguste e Louis Lumière suggeriscono, per la prima volta, l’identità degli occhi dello spettatore con l’obiettivo della videocamera, e la macchina da presa sostituisce il nostro punto di vista. I fratelli Lumière inoltre, sempre inconsapevolmente, introducono il concetto cinematografico di suspense: le amene e innocue immagini della colazione di un infante, di ragazzini con la madre, di un giardiniere, vengono sostituite senza alcun preavviso con l’arrivo di un treno a grandezza naturale che irrompe nella sala. Si compie così il miracolo che fortunatamente ci accompagna da almeno settantamila anni: che ci troviamo all’aperto o al chiuso, seduti in una sala, in casa o attorno a un fuoco, circondati da persone conosciute o non, confortati dall’appartenere a una società civile, improvvisamente crediamo, anche per un momento, a tutto quello che viene proiettato su un lenzuolo. È la sospensione dellincredulità, quel desiderio di diventare parte della storia, se non esserne addirittura i protagonisti. La stessa spinta che ci portava da bambini a farci raccontare storie paurose (per poi essere confortati da mamma e papà) ci spinge adesso a leggere con avidità storie di serial killer o andare al cinema per vedere film cupi e inquietanti, a volte tratti da storie vere. Perché è inutile nasconderlo: la paura è bella, ci fa sentire vivi. Quando da bambini lo zio ci lanciava in aria non era l’atterraggio a emozionarci ma la scarica di adrenalina, la paura dovuta all’essere in balia di qualcun altro e al non sapere se saremo stati ripresi o no.

Sembrerà banale ma con questa semplice considerazione Alfred Hitchcock ha costruito la sua fama di “maestro del brivido”.

Anche il suo più grande successo, un film che ancora oggi, a distanza di sessant’anni, è in grado di turbare, non si sottrae a questa regola nonostante i fatti a cui è realmente ispirato, la vicenda di Ed Gein e della sua “tuta di pelle umana”, siano ormai sepolti nella cronaca nera. Questo film ha spinto la percezione della paura a livelli più alti, molto prima che Lo squalo ci instillasse il terrore del mare. Hitchcock era anche un produttore, uno scrittore e un logo vivente (bastano tre curve per far tornare alla memoria il suo profilo, immortalato nella fortunata serie televisiva Alfred Hitchcock presenta).

Ha avuto la fortuna di cominciare a lavorare nel cinema quando era ancora tutto da inventare e ha fatto suo ogni segreto della settima arte, definendo nel tempo nuovi modi di raccontare storie attraverso la macchina da presa. Personaggio timido, ossessionato dal cibo e dalle sue protagoniste belle, sensuali e misteriose (le famose “bionde alla Hitchcock”), sapeva infondere quell’inquietudine latente interrotta solamente da un colpo di scena asciutto, anticipato ma inaspettato, in grado di far letteralmente saltare sulla poltrona lo spettatore. L’archetipo di questo genere di esperienza è Psycho (1960), così fuori dagli schemi che la protagonista muore dopo trenta minuti dall’inizio del film. La trama è necessariamente semplice: una donna, per aiutare il fidanzato sommerso dai debiti, ruba dei soldi all’azienda per cui lavora e scappando finisce al Bates Motel, in un luogo desolato e lontano dai centri abitati. Da qui in poi entriamo nella vita di Norman Bates, gestore dell’albergo, impagliatore di uccelli, morbosamente ossessionato dalla figura della madre che lo spinge a uccidere tutte le donne con cui viene a contatto. “Hitch”, come veniva chiamato nello show business, compie in Psycho un’operazione complessa e innovativa: costruisce un horror corale mettendo al centro della scena lo spettatore. Il pubblico vive in prima persona l’orrore di ciò che succede al personaggio, nel momento stesso in cui accade.

Ad esempio, nella famosa scena della doccia si alternano le inquadrature prima dall’angolazione dell’assassina, che osserva la lama proiettarsi contro la protagonista (Janet Leigh), e subito dopo da quella della vittima che, mentre crolla sotto i fendenti (la mano che impugna la lama è quella di Hitch stesso), vede la killer infierire inespressiva. Psycho è l’ultimo film in bianco e nero del maestro del brivido e non è girato a colori sia per contenere i costi (Hitchcock produsse da solo il film) sia per accentuare le ombre e i chiaro-scuri. L’espediente funziona magnificamente e l’inquietudine, palpabile fin dall’inizio, diventa paura dopo la scena della doccia: paura per la sorella della protagonista, paura per l’investigatore assunto dall’azienda per trovare la ladra e paura per la sorte di Norman Bates stesso, che allo spettatore sembra in balia della follia della madre.

Follia e paura, ecco la chiave: fin dall’inizio del film sappiamo che qualcosa andrà male, ma non sappiamo cosa e a chi. Hitchcock alimenta queste inquietudini, eliminando di volta in volta i personaggi con i quali ci identifichiamo. Ci afferra e ci lancia in aria, solo che precipitiamo così lentamente che la paura di non essere presi diventa terrore e le mani del regista sembrano muoversi così piano che temiamo non facciano in tempo. Così, alla fine del film, non resta che tirare un respiro di sollievo, spegnere le luci e andare a letto. Sperando non ci sia alcun motivo per doversi alzare, a notte fonda, per controllare di essere davvero soli in casa.

Di Alessio Petrolino

Ingegnere per sbaglio, scrittore per passione. Si innamora del cinema dopo aver visto da bambino Barry Lyndon. Socio Mensa.

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