Guidati dalla paura. La paura come arma politica.

Mensa Italia
6 min readAug 29, 2022

“Nessuna passione priva la mente così completamente delle sue capacità di agire e ragionare quanto la paura.” — Edmund Burke

In Egitto, dopo la caduta della XII dinastia, iniziò un periodo di caos in cui i faraoni si succedettero rapidamente, iniziarono le invasioni di altre popolazioni e si diffuse un clima di paura.

Secondo lo storico Henri Frankfort gli egizi “hanno vissuto una psicosi da paura che, una volta generata, è rimasta presente. E c’erano forze in Egitto che mantenevano viva questa psicosi al fine di utilizzarla come fattore unificante”. La paura è stata quindi alimentata e usata per mantenere unito il regno in un periodo di instabilità.

L’utilizzo della paura da parte delle classi dirigenti come mezzo di controllo sociale si ritrova in ogni epoca. Gli esseri umani temono coloro che sono diversi da loro così come temono i predatori naturali.

Nella storia umana c’è sempre stata una competizione tra gruppi antagonisti e, quando abbiamo paura, regrediamo a comportamenti tribali, perché la maggior coesione permette di essere più efficaci quando ci scontriamo contro gli avversari. Questi atteggiamenti sono più legati all’emotività che alla logica e sono quindi più difficili da contrastare. Spesso i politici utilizzano la paura per attingere a questi istinti primordiali.

Il nemico di cui avere paura non è solo nelle altre Nazioni, può essere trovato anche tra i propri connazionali, discriminando per colore della pelle, religione, estrazione sociale, idee politiche e qualsiasi altra caratteristica che possa definire un gruppo “diverso”. Questi gruppi virtuali si comportano come nemici anche se non si conoscono affatto, limitando la possibilità di superare le proprie divergenze e dando potere al proprio leader.

I politici utilizzano questa tecnica per creare una base di sostenitori che respinga le affermazioni delle altre parti senza nemmeno prenderle in considerazione. La paura, però, tende a ridursi con il tempo se la minaccia non si verifica; sarà quindi necessario mantenerla attiva con continui rinforzi.

Spesso sottovalutiamo il potere dei media nell’influenzarci, ma tendiamo a credere a quanto ci viene detto da fonti che riteniamo attendibili o vicine alle nostre idee.

Negli ultimi decenni la modalità di fruizione delle notizie è cambiata: i social network e i motori di ricerca tendono a proporre contenuti coerenti con le nostre idee, alimentando le nostre credenze, giuste o sbagliate che siano. I canali social possono inoltre favorire la formazione di gruppi di utenti che la pensano allo stesso modo, che inquadrano e rafforzano una narrativa condivisa (le cosiddette echo chambers).

Secondo la psicologia evolutiva, gli esseri umani hanno un forte impulso a prestare attenzione verso eventuali pericoli, perché tale consapevolezza è stata fondamentale per la sopravvivenza. Politici, giornalisti, imprenditori sfruttano questa debolezza e, utilizzando l’allarmismo come forma di manipolazione, provocano paura grazie a notizie esagerate su presunti pericoli imminenti.

Nel suo libro The Culture of Fear, Barry Glassner analizza credenze, miti e leggende metropolitane che costituiscono una “cultura della paura”. Le persone vengono spinte verso timori ingiustificati tramite la diffusione di notizie che i media esprimono come verità. Giornali e talk show contribuiscono ingigantendo alcuni fenomeni grazie alla ripetizione di notizie simili, creando così la percezione di emergenza. In alcuni casi le notizie vengono diffuse secondo una strategia decisa dall’editore: il documentario Outfoxed (2004) racconta delle esperienze di giornalisti di Fox News che utilizzavano metodi di propaganda per promuovere gli interessi dell’editore, spesso legati al sostegno di alcuni politici.

Confrontando i risultati delle elezioni parlamentari russe del 1999 tra zone con accesso all’unico canale TV indipendente rispetto a quelle con accesso solo ai canali controllati dal Governo, è emerso che il voto per il partito di maggioranza si è ridotto dell’8,9%. I messaggi dei canali governativi facevano leva (e la fanno ancora) sulla paura nei confronti degli altri Paesi e sulla forza di protezione del governo.

Il contesto in un mondo globalizzato è diverso da quello che hanno vissuto le generazioni precedenti: le notizie sono uno strumento di condizionamento non solo del singolo popolo, ma anche degli altri Stati.

La guerra dell’informazione tra Nazioni non ha come obiettivo i leader, ma la popolazione civile.

Portali di notizie, attività su social network, personalità influenti possono spostare l’attenzione dell’opinione pubblica con la creazione di contenuti falsi, condivisi su diverse piattaforme. Nel 2014, Twitter ha segnalato la presenza di oltre 23 milioni di utenti che in realtà non erano persone reali, ma social bot.

Nel 2015 il Cremlino ha pubblicato un documento programmatico sulla strategia per la sicurezza nazionale, dove si afferma che oltre agli strumenti politici ed economici, anche quelli di informazione sono stati messi in moto nella lotta per l’influenza sulla scena internazionale.

Nelle elezioni tedesche e francesi del 2017, la presenza di strutture esterne impegnate in campagne di disinformazione social, tramite social bot prevalentemente russi, ha dimostrato l’importanza dei tentativi di influenza sulla politica di altre Nazioni.

Le persone sono sempre state facilmente influenzabili da eventuali pericoli ma nell’ultimo secolo questo timore sulla sicurezza è cresciuto costantemente, fino a far nascere, negli anni ’80, la definizione di “società del rischio”.

Un’indagine del 2017, svolta su 18.000 adulti in 25 Paesi, ha rilevato come l’86% degli intervistati ritenga che il mondo sia diventato un luogo più pericoloso rispetto a cinquant’anni prima. Le statistiche dicono il contrario, ma questa percezione è in continua crescita.

Il sociologo Zygmunt Bauman parla di “retrotopia”: un’utopia rivolta al passato. È sempre più diffusa la tendenza a collocare il meglio della nostra società nel passato e non nel futuro. Il cambiamento viene visto come un rischio e la paura di andare verso un futuro peggiore rende sempre più chiusi e diffidenti. Questa paura allontana le persone fra loro e le rende sempre più manipolabili.

“Non c’è una sola paura che definisca la nostra era. Quello che abbiamo è una forma di paura più promiscua e pluralistica. L’implicazione molto importante di questo è che mentre i miei genitori temevano insieme, io e te abbiamo un’esperienza più isolata e privata. Temiamo da soli”, scrive il sociologo Frank Furedi, autore di Culture of Fear: Risk-Taking and the Morality of Low Expectation e Politics of Fear: Beyond Left and Right.

In passato la paura collettiva ha spinto verso una mentalità autoritaria, il desiderio di un leader forte e una rigida disciplina. Alex Gourevitch, professore di scienze politiche presso la Brown University, scrive che in condizioni in cui le ideologie politiche convenzionali non riescono a ispirare, c’è la tentazione di ricorrere alla politica della paura. La speranza è che la ricerca della sicurezza, in mancanza di qualcosa di più elevato, possa diventare un principio politico unificante a se stante”, purtroppo l’allarmismo più che unificare, “favorisce la paura come emozione isolante”.

La natura patologica dell’attuale clima politico è un problema grave e di difficile soluzione.

Secondo Dan Gardner, autore di Risk: The Science and Politics of Fear, “il calcolo politico favorisce sempre la politica della paura. La retorica è così dominante che, limitarsi a respingerla equivarrebbe a un suicidio politico”. Dobbiamo quindi accettare che la paura sia un conveniente strumento di manipolazione dei popoli e che non ci sia una via di uscita da questo atteggiamento demagogico?

Martha Nussbaum, docente di diritto ed etica presso l’Università di Chicago, nel suo libro The New Religious Intolerance: Overcoming the Politics of Fear in an Anxious Age afferma che prima di poter superare le nostre paure, dobbiamo accettarle: “Il nostro tempo è davvero pericoloso. Molte paure sono razionali e gli appelli alla paura hanno un ruolo da svolgere in una società che prende sul serio la vita umana”. L’atto di strumentalizzarle è irresponsabile e porta alla creazione di capri espiatori sui quali sfogare le nostre ansie. Dovremmo invece ricondurre queste paure alle loro cause concrete, discutendone apertamente, e infine affrontarne le vere cause con uno sforzo comune.

Anche il filosofo Hans Jonas concepiva l’utilizzo della paura come campanello d’allarme con quella che ha chiamato “euristica della paura”, sostenendo che la paura porterebbe ad azioni che ci proteggerebbero e che altrimenti non sarebbero state poste in atto.

Possiamo quindi vedere la paura come un modo per anticipare e affrontare minacce reali o come uno strumento di pressione finalizzato all’interesse personale o di partito. In una società dove il sovraccarico di informazioni supera la nostra capacità di elaborazione (come ipotizzato dal professor Bertram Gross già nel 1964), è probabile che si verifichi una riduzione della qualità delle nostre decisioni e che sia troppo difficile discernere tra paure reali e paure indotte.

Di Alberto Viotto

Antispecialista. Socio Mensa.

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